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Nino A. Parnisari

Ancora mortadella

Questa volta Alfredo Davino percorre i portici alla ricerca di un bar, i passi leggeri, spensierati.
In prima serata si è concesso una cena di lusso in un McDonald, un posto caldo, con gente tutt’intorno che parla, ride e scherza. Dietro di lui una coppia si scambia frecciate, in modo leggero. Alfredo ogni tanto si gira e condivide con un sorriso, un’occhiata, gli scherzi della coppia alle sue spalle. Il ragazzo sta al gioco e cerca l’appoggio del solitario avventore, che risponde solo con sorrisi d’intesa.
E’ Alfredo quello che lascia il locale per primo, il sorriso della ragazza si staglia stupendo fra la pelle color cioccolata, una sensazione di calore lo accompagna verso l’uscita, la sensazione di aver fatto parte, almeno per pochi minuti, della vita.
E’ con quella sensazione che attraversa le grandi arcate, negli occhi il riflesso delle vetrine, dei banconi lucidi, delle porte serigrafate. Al loro interno individui in abiti formali si preparano ad affrontare la notte.
Non è il posto che Alfredo cerca, arriva fino in fondo ai portici, gira su se stesso e ritorna verso l’automobile.
É forse la sua parte malata che lo nota, con la coda dell’occhio non collegata alla parte cosciente, ma che però agita l’interno del corpo, movendone gli intestini. E lui non può fare nient’altro che rifare qualche passo indietro per accertarsene.
Un uomo con un grande maglione grigio stoppa se n’esce in una corsa non troppo agile, inveisce all’indirizzo di un ragazzo con un cappellino calato sulla testa, che mollato immediatamente il motorino che stava cercando di mettere in moto si da alla fuga: un’elegante corsa fatta di grandi e rapide falcate. L’uomo si ferma accanto al motorino, lo spinge davanti alla mini vetrata da cui era uscito, lo mette sul cavalletto, e rientra. Alfredo si sofferma davanti al locale e osserva il suo interno.
Al di là del vetro l’uomo grigio stoppa sta mimando una penetrazione anale con un uomo della sua stessa età, ma dai capelli un po’ più bianchi. Il ragazzo dietro il mini-bancone se la ride guardando gli unici due clienti della minuscola striscia di piastrelle che forma il bar.
Entra.
“Una sambuca” dice al barista dalla lunga e sparuta coda nera che non può avere più di trentacinque anni.
Gli altri due avventori stanno bevendo rosso, Alfredo butta giù la sua ordinazione.
“Altro giro, anche per loro”
I due levano i bicchieri al suo indirizzo, li svuotano e partono con gli altri. Dopo è il loro turno offrire, e lo fanno, uno a testa.
Loro continuano a bere rosso, Davino sambuca.
Le parole iniziano a scorrere con facilità, parte un altro ciclo di giri, al quale si unisce anche il barista. Nel mentre squilla il telefono, che chiede come mai coda sparuta trentacinquenne non è ancora arrivato a casa.
Stasera chiuderò un po’ più tardi è la risposta.
Altri giri con cui l’improvvisa amicizia si consolida.
Il tipo dai capelli argentati offre ospitalità ad Alfredo per la notte, nella sua roulotte situata in un posto tranquillo un po’ fuori mano. Lo fa con naturalezza, senza chiedere nulla in cambio, ma le risate e le occhiate che lanciano gli altri due fanno capire che il giovane potrebbe rischiare qualche sua verginità.
Davino ringrazia ma rifiuta, e per non creare tensione offre un altro giro, altro regalo.
Le parole escono in fretta e leggermente incomprensibili da tutti, intervallate da risate grasse, senza inibizioni; è proprio mentre grigio stoppa si sta lanciando in una sua risata a pancia piena che Alfredo è assalito, senza preavviso, senza che la bocca si riempia prima per l’eccessiva produzione delle ghiandole salivari. Il fiotto di vomito si fa largo dal basso, si spande nella bocca, riempie ogni anfratto della cavità orale, arrivando a tappezzare il palato.
La reazione è unica quanto istintiva, del resto sarebbe una cosa poco carina rovinare la serata con una cosa così... pacchiana. Abbassa il volto al suolo, serrando le labbra. Il fatto che in tutta la giornata abbia mangiato solo un paio di Hamburger fa sì che la sostanza sia contenibile. Il gusto acre e dolciastro allo stesso tempo, l’odore che sale dall’interno del naso, la sensazione di tenere in bocca delle viscere calde e appiccicose urlano al cervello di lasciare andare tutto.
Fortunatamente il cervello è un organo del quale a volte si può fare a meno: Alfredo rimastica i pezzi più grossi ed ingoia.
Rialza la testa e dà un’occhiata agli astanti presenti: nessuno si è accorto di nulla; con un sorriso sbercio implora un’altro giro, con alcuni sorsi il gusto forte di sambuca copre l’altro indesiderato.
Mentre parlano delle cose più disparate Davino chiede dove può trovare un posto dove può ascoltare della musica dal vivo, senza avere l’obbligo di assumere delle droghe. Gli indicano un locale tranquillo dove suonano Jazz di cui dimentica immediatamente le indicazioni per arrivarci.
E’ ora di concedere al barista di tornare a casa, e ad ognuno di andare per la propria strada, non prima di assicurarsi di rincontrarsi l’indomani sera. Si lasciano come amici d’infanzia, l’alcool il loro comune genitore.
Alfredo vaga per qualche tempo, poi desiste: in questa cazzo di città nessuno conosce niente all’infuori dei centri sociali.
L’indomani si reca al bar di buon’ora, ma una sorpresa lo attende: il barista non c’è.
Una grossa signora, con i capelli bianchi ed un grembiule rosso lo sostituisce. E’ la madre di coda sparuta trentacinquenne, gentilmente chiede ad Alfredo se deve riferire qualcosa al figlio.
Il giovane la saluta e lascia la striscia di bar, si avvia verso la macchina, il volto verso l’asfalto.
Sale sul mezzo, mettendolo in moto un tintinnio lo saluta dal sedile posteriore.
Peccato, compagnie come quelle è difficile trovarle.