L’accesa componente erotica e lo spregiudicato uso di termini impubblicabili all’interno di “Tropic of cancer” (1934) di Henry Miller (1891-1980) hanno da sempre tenuto alla larga gli avventori più sensibili dall’impianto del ragionamento e dai contenuti meno osceni e più poetici del testo.
Allo stesso modo l’argomento del libro (la vita di un artista tra bevute, liti intellettuali e goderecci accoppiamenti carnali) e la sua ambientazione (la Parigi misera e sommersa degli emigranti americani in sudicie e squallide stanze del centro città) hanno legittimato altri lettori più esigenti ad inserirlo frettolosamente tra l’infinita bibliografia di scrittori falliti o aspiranti tali.
Le pose apocalittiche, l’egocentrica indifferenza verso la sensibilità altrui, la divinizzazione milleriana dell’irrazionale e del caos hanno quindi dissimulato per anni la vera natura del libro.
Il Tropico del cancro è un romanzo, infatti, che sprigiona una morale degna di S. Agostino, che palpita di etica in ogni dove e che si ascrive fra i testi sacri del novecento.
Lo stile del linguaggio, il suo dinamismo, la sua potenza e la sua pulsazione disperata ne fanno un’opera di grande suggestione, a mezza via tra letteratura e misticismo: una poesia sui tempi moderni, una romantica quanto oscena carrellata di scheletri umani, una prosa piena e rotonda sui dolori e sulle gioie del vivere.
“E’ l’autunno del mio secondo anno a Parigi” scrive Miller. “Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo. Un anno, sei mesi fa, pensavo d’essere un artista. Ora non lo penso più, lo sono. Tutto quel che era letteratura, mi è cascata di dosso. Non ci sono più libri da scrivere, grazie a dio.”
Inizia più o meno così il racconto di Miller, e poi via, giù verso gli orifizi e gli intestini più purulenti del genere umano e del suo modo di vivere. Verso le fogne della civiltà.
A Parigi!
Luogo privilegiato dove assistere allo spettacolo di morte, Parigi è un palcoscenico rotante che permette allo spettatore di cogliere ogni fase del conflitto.
Ma non solo: l’inferno parigino esiste davvero, è protagonista nel racconto e “la Parigi degli arrondissement indefiniti” si muove vorticosamente sotto i tocchi meccanici del tempo moderno, quasi a volerne amplificare gli effetti o affrettarne la fine.
E’ vero, Miller civetta con la catastrofe e col tempo: il tema della morte ha bussato alla porta giusta.
Tuttavia, per non valutare questo atteggiamento con impaziente superficialità, occorre tener conto della tragedia incombente, dell’inevitabile crollo del mondo occidentale e della coscienza che Miller ha di questo. Occorre tener conto del contesto, in particolare del clima storico nel quale si trova ad operare.
In un’Europa che si prepara al massacro (siamo negli anni ’30) una prosa impulsiva, trascinante, licenziosa e apocalittica come quella milleriana è quanto di più aderente al reale possa comparire.
L’audacia sessuale dell’autore, i ripetuti amplessi a quattro zampe, le lunghe e sterili discussioni e quella gran quantità di parole sboccate vogliono essere il colpo di grazia ad un continente morente, una violenza aggiunta alle già tante che si reca in grembo.
“Il cancro del tempo ci divora. I nostri eroi si sono uccisi, o si uccidono. Protagonista, dunque, non è il Tempo, ma l’Atemporalità. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato, verso la prigione della morte. Non c’è scampo. Non cambierà stagione.”
A Henry Miller spetta il merito di aver portato nelle nostre case popolane (seppur con un ostracismo di trent’anni) l’Alta letteratura, in un definitivo abbraccio con la conoscenza del secolo.
Non trascuriamo che il lavoro di Miller è retto da grandi ambizioni di risoluzione e che è forte di una conoscenza approfondita del pensiero di Spengler.
E’ l’opera matura di un quarantenne che ha visto se stesso distruggersi, “ridursi a beffa”, impotente a reagire, e che ora aspetta la stessa sorte per l’occidente.
Una cupa apocalisse della civiltà, una fine bramata a gran voce per toglierla finalmente di torno.
Il mondo intorno a noi si dissolve, lasciando qua e le chiazze di tempo: il mondo è un cancro che si divora… E quando tutto si sarà ritratto in grembo al tempo, tornerà il caos, e il caos è la partitura su cui è scritta la realtà.
Il mondo descritto nel tropico del cancro è davvero la carcassa, la carogna d’una civiltà in sfacelo, rappresentata nell’orrore delle sue città squallide e tentacolari e del vuoto della vita meccanizzata.
Ma Miller è un uomo felice di vivere, non dimentichiamolo.
E’ questa una costante dell’approccio di Miller alla vita, che non pare risentire né dell’incessante e logorante modernità, né delle precarie e avvilenti vicende personali nei panni di americano a Parigi: un’incondizionata fiducia nel flusso vitale delle cose, nel continuo divenire purificatore del mondo, nel ciclico forgiarsi delle razze umane.
Miller ama la vita.
Accetta l’esistenza nelle sue forme più dolorose e bieche, in quelle sterili o presuntuose, nelle incontenibili esplosioni del sesso e della morte.
Poiché morire, quello vero, è rimescolare le carte per una nuova partita, forse per un nuovo gioco.
Da “Tropico del cancro”:
[…] Si direbbe che, ovunque vada, ci sia un dramma. Gli uomini sono come i pidocchi, ti entrano sotto la pelle e vi si infossano: tu gratti e gratti finché esce il sangue, ma non riesci mai a toglierti la rogna. Ognuno ha la sua tragedia privata. E’ nel sangue, ora: sciagura noia, pena, suicidio. L’atmosfera è satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finché non resta più pelle. Eppure su di me l’effetto è esilarante: invece d’esserne scoraggiato e depresso, mi diverto. Chiamo sciagure e ancora sciagure, calamità più grandi, più grandioso sfacelo. Voglio che tutto il mondo vada fuori sesto, che tutti si grattino a morte.
La terra non è un arido altopiano di salute e di agi, ma una grande femmina distesa col torso di velluto che si gonfia e grava d’onde oceaniche; geme sotto un diadema di sudore e di pena. Nuda e sessuata rotola fra le nubi nella luce violetta delle stelle: tutto di lei, dalle mammelle generose alle lucenti cosce, divampa di un ardore furioso. Muove fra le stagioni e gli anni con un grande oplà che afferra il torso con furia parossistica, che scuote via dal cielo le ragnatele.
Forse siamo condannati, non c’è speranza per noi, per nessuno di noi, ma se è così lanciamo un ultimo urlo di agonia e di sangue aggrumato, uno strillo di sfida, un grido di guerra! Basta coi lamenti! Basta con le elegie e le trenodie! Basta con le biografie e le storie e le biblioteche e i musei! Che il morto mangi il morto. E noi vivi danziamo sull’orlo del cratere, un’ultima danza di morte. Ma che sia una danza!
E ora sono le tre del mattino e abbiamo qui un paio di sudicione che fanno le capriole sul pavimento. Fillmore passeggia nudo con in mano un calice, e la pancia tesa come un tamburo, dura come una fistola. Tutto il pernod e lo champagne e il cognac e l’anjou che si è ingozzato dalle tre del pomeriggio in avanti, gli gorgogliano nel buzzo come una fogna. Le ragazze gli mettono l’orecchio sulla pancia, come se fosse un carillon. …All’improvviso vedo dinnanzi a me un cretto buio, peloso, montato su una biglia lucida, levigata; le gambe mi tengono come un paio di forbici. Un’occhiata a quella ferita scura, mai richiusa, e mi si apre nel cervello un abisso profondo: tutte le immagini e i ricordi laboriosamente o distrattamente scelti, etichettati, documentati, archiviati, sigillati e bollati erompono a casaccio come formiche che escono dal cretto di un muro; il mondo cessa di girare, il tempo si arresta, il nesso medesimo dei miei sogni si rompe e si dissolve e mi si versano le budella in una gran foga schizofrenica, un’evacuazione che mi lascia faccia a faccia con l’Assoluto.
Quando abbasso gli occhi su quel cretto vedo un segno di equazione, il mondo in equilibrio, un mondo ridotto a zero e senza nemmeno una traccia a ricordarlo. Quando abbasso gli occhi su questa fica fottuta di puttana sento tutto il mondo sotto di me, un mondo che barcolla e precipita, un mondo usato e levigato come il cranio di un lebbroso.
E quando gli occhi si stravolgeranno allora io sentirò le parole di Dostoevskij, le sentirò rotolare pagina dopo pagina, con minutissima osservazione, con mattissima introspezione, con tutti i sottotoni della miseria, ora toccati leggermente, spiritosamente, ora gonfi come una nota d’organo fino a che il cuore scoppia e non resta altro che una luce accecante, bruciante, di luce radiante che trasporta i semi fecondatori delle stelle. La storia dell’arte radicata nel massacro.
Cominciai a riflettere sull’inferno che Strindberg aveva dipinto in maniera così spietata. E, ruminandoci sopra cominciò ad apparirmi chiaro il mistero del suo pellegrinaggio; il volo che fa il poeta sulla faccia della terra e poi, quasi destinato a rimettere in scena un dramma perduto, l’eroica discesa nelle viscere stesse della terra, il buio pauroso soggiorno nel ventre della balena, la sanguinosa lotta per liberarsi, per riemergere netto dal passato, luminoso, cruento dio-sole rigettato su una spiaggia straniera. Non era più mistero per me perché lui e altri (Dante, Rabelais, Van Gogh ecc.) avessero compiuto il loro pellegrinaggio a Parigi. Capii allora perché Parigi attrae i tormentati, gli allucinati, i grandi maniaci dell’amore. Capii perché qui al mozzo della ruota, si afferrano le teorie più fantastiche, più impossibili, senza trovarle per niente strane. Cammini per le strade sapendo che sei un pazzo, un ossesso, perché è fin troppo ovvio che questi volti freddi, indifferenti, sono le facce dei tuoi guardiani.Qui svaniscono tutti i confini, e il mondo si rivela quel folle carnaio che è. Città eterna Parigi! Più eterna di Roma, più splendida di Ninive. Ombelico del mondo verso il quale, come un idiota cieco e anfanante, si striscia a quattro zampe.
Le culle della civiltà sono gli acquai putridi del mondo, i colombari a cui uteri fetenti affidano i loro sanguinolenti pacchi di carne ed ossa.
Amo tutto ciò che scorre disse il grande Milton cieco dei nostri tempi. Sì, dicevo a me stesso, anch’io amo tutto ciò che scorre: fiumi, fogne, lava, sperma, sangue, bile, parole, frasi. Amo il liquido amniotico quando sprizza dal suo sacco. Amo il rene coi suoi calcoli dolorosi e la renella e roba simile: amo l’orina che si versa calda e lo scolo che scorre all’infinito; amo le parole degli isterici e le frasi che si riversano come dissenteria e rispecchiano tutte le immagini morbose dell’animo; amo tutti i grandi fiumi come il Rio delle Amazzoni e l’Orinoco… Amo tutto ciò che scorre, tutto ciò che ha in sé tempo e divenire, che ci riporta al principio dove non c’è mai fine: la violenza dei profeti, l’oscenità che è estasi, la saggezza del fanatico, il prete con la sua gommosa litania, le parole sozze della puttana, lo sputo portato via nella fogna, il latte della mammella e l’amaro miele che si riversa dall’utero, tutto ciò che è fluido, fuso, dissoluto e dissolvente, tutto il pus e il sudiciume che scorrendo si purifica, che perde il suo senso originario, che fa il grande circuito verso la morte e la dissoluzione. Il grande desiderio incestuoso è scorrere all’unisono col tempo, fondere la grande immagine dell’aldilà con quella dell’hic et nunc. Un desiderio fatuo, suicida, reso stitico dalle parole e paralizzato dal pensiero.
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Henry Miller “Tropico del cancro” Milano, Mondadori (traduzione di Luciano Bianciardi)
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”Prefazione ai tropici” Milano, Feltrinelli 1962
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Roberto Limonta “La questione della decadenza. Henry Miller e Il tramonto dell’Occidente” (ACME, volume L, fascicolo II, maggio-agosto ’97)
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